RIVO STROZZATO

 

 

 

A P. Chicca

 

 

Se di padre mancata

Tu sei di destino dei gerani d’agosto.

E sono come me, come germani di sabbia

Impastata per forme:

si frulla col vento e slavina.

 

Se di vita tu guardi lontano

Ebbene non offre conforto a nessuno

Sapere che in fondo c’è gente di piano:

 

e se ancora tu affondi le mani nell’aria

che nuoti e domandi ‘lo voglio ’:

tu sappi che è invano.

 

Non siamo pastori di mare che cercano

Pecore a vela!

 


 

 Ancora c’è luce.

Purché non adombri la penna

Quei pochi barlumi sul mare a ponente.

La fragile macchia d’avorio

Che pulsa di luce foriera

È uno sbaglio: non pulsa stasera!

Non pulsa né palpita mai.

 


ARMONICHE

  

Note armoniche

(calde velano le parvenze lucide e colorate

delle lampadine lucernarie)

non sono come te stasera nel ricordo

dei pochi taccuini di note gettate a preambolo:

sporgenti le tue noie.

 

Prodico di lucore il menestrello demotico

Effigia e rappresenta le potenze faste

Della tua visione prigioniera

Del Favonio del cuore

(in maretta).

 

Ma forse le nebbie della memoria

Scemano il sogno

Che rimane fulvo di solare soggezione

Ed il funambolo ancora una volta

Inciampa tra grattacieli e grattacieli

Paralizzato dall’insonnia.

 

Notturno; il segno di desto

È proprio in questa pagina a te

Che voglio fissare in questa fissità di fato

Immoto (da spazio inintelletto):

solo da questa vendemmia di anime

possiamo qualcosa:

è il vino della possibilità.

 


 

 E' come l’azzurro,

quel solco che immerge le soglie

del sole più avanti nel buio.

 

Non mai affidato parvenze

A più appariscenze di fuoco.

 

Ma l’orma di questi clamori di occasi

Fa eco: le dondole foglie

Trattiene sui rami:

l’attesa di venti migliori.

 

Ma i vecchi bagliori

Più niente che storie di scarne parole.

 


  

Fingere: ancora per continuare.

La cerca è di più sollevante!

Ma sono fallito di giorno e di notte

Di pazzo o normale

Di folle o studioso sui versi inconcussi.

Accetto il moschetto col calcio all’opposto

E la canna puntata sul petto:

aspetto il grilletto…

 

…di fissile forma son fatto!

E il silenzio più inulto che mai

La parvità dei miei gesti condanna.

 

Apri pure la porta:

non troverai dei bei bossoli neri scoppiati

ma del botto rimbomba d’assilli

disperata sussulta di voci

dilanianti le fissità umane.

 


  

IL TRUCCO D’AUTUNNO

 

Non riuscirebbe: compare

Sembiante di trucco di quello

Che immane.

 

Le diacce di nostre

Sospese nel cielo velanti

Che rodono, giostre,

disfanno.

 

Galanti, lenzuola,

di quelle del Tempo,

che torpe nel vuoto di Inverno,

non sanno.

 


  

Immagine ti voglio accennare

questo palpito di silenzi:

lena appena di riverbero di sole

che lo annuncia:

preludio dell'Informe

sulla linea all'orizzonte non compiuta.

Se l'aurora della stasi universale

questa sera mi sorprende

tra i tramonti

non è nulla:

solo il senso della vita che rinasce:

è la rondine tradita.

 


 

 LA SOLITA VECCHIA

 

 

La solita vecchia mi sembra quest’oggi passata

Non voglio più darti le angosce, le mie

Ipocondrie.

Bracciali effigiati di ami

Necessitano i polsi dei nostri consunti colloqui.

(uno ne ho avuto in regalo

da vecchie megere di porto).

Peschiamo.

Sicura è la molle figura di barca di mare,

nel mare dei nostri pensieri, Francesca!

Tempesta la notte

(le fosse di nere presenze incombenti ci

inghiottono).

 

Sudore di strida di corde tirate

Non vale la pena:

domani tranquillo Nettuno

di grida di uccelli

(quei bianchi gabbiani

contenti dei pesci,

con qualche relitto di legno).

 


 L'ATTESA

 

L'attesa che aspetta

aneliti di piogge

vortice addensa la ragione

dei malati.

Queste ceneri di fughe,

ora vortici verso i solai,

non sanno di essere speranze,

scintille consunte,

rilente rivolte.

Latrati di quelle certezze,

carbone, ambizioni.

 

 


 LE PRODE

 

Le prode

Dei lassi giardini di mare,

le rene deserte dei freddi solstizi,

non sono dimore!

 

Deposti gli stenti paguri non vivi

Dai soliti vizi dei venti foranei

Più duri:

 

più vani quei chiassi dei tepidi raggi,

le turbini spiagge di bora,

sciabordi non saggi,

commosse pianure

di calma scomposta dai sogni

di calme paure,

di pianti o storture.


 

Le sempreverdi d’autunno

Sgualcite dai soffi violenti

Del gelo.

 

Vetuste sequoie ma immerse d’immenso

Con ali rivolte all’ingiù.

 

Non sibila lento,

è ancora quel baratro immenso

del gelo.

 

Non vola violento:

rimane quaggiù,

tra cheti pupazzi

che giocano sempre più stenti.

 

Vetuste le noie di questi tormenti

Con ali ravvolte più giù.

 


 A F.R.

 

Non sono più i fremiti antichi.

Distorti, i marosi dei nostri subbugli

Quei miti del Tempo

Gli autunni non cercano ancora.

Le oscure possenze, le tristi parvenze,

non sono più nostre.

Di quelle vicende contorte

Di quando cercavi questioni

Nascoste, immortali volevi le nostre

Illusioni.

 

Anch’io quelle vesti degli anni passati

Ho indossato,

le immagini inquiete di quelle tue labbra scomposte

ho vissuto.

Di avverse stagioni di vita ho suonato il respiro,

quel solo respiro che adesso ti dono in ricambio

di quella commossa speranza

che hai appesa allo sguardo di estinte ambizioni.

Ma avaro il respiro (più dono di altro)

Stasera è la sola certezza di viverti dentro,

di amarti, cercarti;

quel plus tentativo di averti,

di sempre crearti

 


 

 OASI

 

 

Secco sterco di albero arso dalla calura

Pomeridiana disperde e regala giallicce

Foglie scricchiolanti sotto i passi dell’aria

Stantia senza memoria di nuvole estive che

Lasciano doni di piogge salmastre.

 

Erano arsure le mie parole

Che ripetevo e ripetevo

Sotto l’ossessione dei fantasmi amleti

Parlanti nel buio

Dei sopori notturni.

 

Cosa di nuovo questa ormai consueta

Ispirazione?

La paura della vicenda agostana

Che discioglie queste singole parole strascicate

Dal bollore solare di questa plutonia esistenza?

 

Non ombre, o se ombre accidia:

oasi dell’imperturbabile senza segni di

scotimento:

acqua d’aria.

Sete appannata di rena.

In questo cantuccio di casa di mare

Non verbo di vento o aura di movimento:

segno sterile di madre.

 


PEGMA

Il pegma di talpe nascoste

Che fragile sfoglia le sue segature leggere.

Ma sfalda più lento

Quel battere cento del pendolo antico:

già il freddo di neve del cuore

gli granula dentro:

l’impasto di folgori noie,

di amori, di aurore:

gelate di questi dicembri

senz’ombre.


 

 

Pendula fronda Peneia

Di la nascosta

A consolare il buio

E a fregiarsi

Di nuovo oblio (regale!).

Son da te stasera

Poiché mi è effettivo

 il tuo dimesso assaporare

una gloria effimera che presto

‘fu’.

 

Pelagico, ma sei sempre,

e mai come ora, tu,

pensiero, ancor presente e schivo,

di là contento a ricoprir

di polvere il calice dorato.

E sei sempre tu,

sconsolato e assente tra gli anziani libri,

verbo di verità, e di nugaci avverbi

magnifico rettore!

 

Ti bei del

Tuo melleo liquore

E lo trattieni avaro:

ma ancora il suo diletto

scende che si trasmuta in aria

o solo scabre lettere di prosa

o di letteratura.

Di te volevo fare

Apologia novella,

e a te

intitolar la mia desueta musa,

che ormai, è tempo,

ha perso gare, - financo

la sua ‘emme’-.

 

Pendula fronda ordita

Di vecchio alloro lauro,

a te un saluto,

o primavera, stagione, foglia,

Vita.

 


 

Pianeta di Sera

 

 

 L’ora in cui spunta è più lenta

Ché i bagliori dell’astro dileguano:

vapori di luce sospesi

rimasti a formare avvisaglie

di deboli accenni d’avorio.

 

Il tumido lume l’incerta

Esistenza non sembra curare

Ma appare:

solenne, pianeta di sera!

 

Lo scorgo a ponente

Di questa giornata languente;

Vitruvio dei cieli

Lambisci le soglie di questa miseria

Di sguardi di miopi

Che mancano fugace lo spiro di questa tua sera.

 

Fuggiasco compagno,

fuliggini spente di questa cadenza di luci

noi siamo;

nemici del cuore.

 


 Ad A.d.T.

  

Quando sempre ci allontanavano

Le brezze dei nostri passati costumi

Erano le lontane che non ricordi più:

le solide orme crepate.

 

(ormai) non capivi  pagliacci di rena

che non sapevano strisciare

quattro zampe di mare;

 

e il colore dei nostri pensieri

di nero di seppia più lerci

ma ancora più lemmi dei quatti

tentenni di magra bonaccia.

 

Ancora non senti:

dei tardi fermenti lontano si sveglia

una voce…

 


 

 Tra i grandi giacigli

Di questi tremori di abeti

(ci aprono larghi

patine azzurre)

nascondi le tue stravaganze.

E arrossi le guance sorpresa

La stretta illusione:

più in alto le nuvole fasce,

sipario all’incerta sembianza

di uomo o di sole coperto

che ci offre la luna di giorno

-appare e dispare tra sprazzi

fuggenti di iridi aperti-

non sono riflessi di voci

sgorganti da ascosi fondali,

bisbigli, scirocchi più caldi,

che cercano gli occhi

dei nostri sfatati colloqui.

 


 Ad  A.d.T.

 

 

SE UN TRATTO

 

E se un tratto mi saprai

Nella torbiera non nuotare

E del rimare solo storpie cantilene

Di cianciaglie (pure a sera),

-più stentate delle sillabe scollate

delle nostre sonagliere-

non mi aspetto che un ribatto

per la morte, erosa proda.

Solo forse lo sbiettare degli inganni e puoi

Qualcosa:

non segnare la fuméa di nostra coltre

ma soltanto un tuo sorriso:

verginmadre di una grazia –amante!- :

la mia sorte.

 

 

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